Cio che l’occhio non vede: l’essenziale costruzione di un percorso interiore
Ciò che l’occhio non vede – recensione di Maria Teresa Rossitto
Rosanna Caraci, giornalista e scrittrice torinese con il sequel di Cartavetro, Ciò che l’occhio non vede, pubblicato da Impremix edizioni, ci riporta alle vicende della protagonista Dada travolta da un destino di precarietà e da una relazione che oggi definiremmo tossica. Dada resta disoccupata a 50 anni. Un imprevisto sentimentale la costringe a prendersi una pausa di riflessione anche nella sua vita lavorativa.
Un nuovo colloquio di lavoro le offre l’opportunità di ricominciare ma c’è un ma.
Sente che è prioritario mettere ordine nella sua vita.
Dada, la protagonista, che donna rappresenta o vuole incarnare? Questa è la domanda principale. Vuole essere amata e libera di esprimersi nello stesso tempo. Entrambi i presupposti sono validi, ma il raggiungimento di questi obbiettivi si scontra con una realtà di difficile realizzazione. Il punto che riguarda un po’ tutte le donne, non solamente le cinquantenni, è il significato da attribuire alla parola appartenenza.
La protagonista ad un certo punto dice che il suo è un desiderio di appartenere ad un amore, ad un’idea, ad un progetto. Nel farlo la donna si piega spesso ad amori a tempo ridotto o a lavori poco soddisfacenti, illudendosi appunto di appartenere. Il bisogno di amore è legittimo ma la libertà della donna che lavora ed è indipendente continua ancora a spaventare perché si scontra con una cultura maschile che fatica ad accettare la piena realizzazione femminile.
Dopo decenni di lotte per affermarsi le donne spesso devono ancora combattere contro pregiudizi radicati, devono mostrarsi forti anche quando non ne hanno voglia.
In questo romanzo la protagonista si prende una pausa dalla ricerca del lavoro appagante, sicuramente perché delusa profondamente dal precedente incarico e in parallelo prova una grande sofferenza per la fine della sua relazione con Ducki, un uomo sposato.
Simone De Beauvoir, scrittrice e femminista ante-litteram ha detto:
“ Le donne non hanno un passato, una storia, una religione, non hanno come i proletari una solidarietà di lavoro e di interessi, tra loro non c’è una promiscuità nello spazio che fa dei negri d’America, degli ebrei dei ghetti, degli operai di S.Denis o delle officine Renault una comunità. Le donne vivono disperse in mezzo agli uomini – padre o marito – e ciò per i vincoli creati dalla casa, dal lavoro, dagli interessi economici, dalla condizione sociale.
Questa può sembrare una visione lontana dalla realtà, legata agli anni settanta del secolo scorso, ma la cronaca di tutti i giorni ci racconta una storia che vorremmo diversa e che invece spesso continua ad assomigliare a quel mondo. Tuttavia il romanzo della Caraci ci narra di una donna che, proprio nel momento in cui forse ha trovato un datore di lavoro onesto e corretto, decide che la sua pazienza è finita. E’ finita la pazienza delle donne, non solo di Dada.
E incontra Icaro. Lontano dalla mondo caotico, dal dover essere sempre presente.
Icaro, nella mitologia greca, rappresenta desiderio di libertà e superamento dei limiti.
Desiderio di cercare l’assoluto, anche a costo di rischiare la propria vita e Dada decide di gettarsi, forse per un desiderio simbiotico, e di elevarsi da questa realtà opprimente che la vuole dentro schemi che non rappresentano la diversità del femminile e il suo desiderio di realizzazione. Ci riuscirà? Questo lo si vedrà nel sequel…
Ossidiana, nome della collana con la quale questo romanzo si apre ai temi del femminile, ci dice che quella pietra è simbolo della forza e della resistenza femminile.
Inoltre la pietra rappresenta protezione, chiarezza e introspezione.
Ciò che è essenziale non si vede prafrasando il titolo del romanzo ma è la costruzione di un percorso interiore di Dada e di molte donne necessario prima di appartenere ad un uomo, ad un progetto, ad un’idea.
















